"Io sono l'abisso" Donato Carrisi.... Vittima, persecutore e salvatore

Carrisi non smentisce le aspettative del lettore suo appassionato fan: questa storia racconta i meandri abissali dell’animo umano nelle sue sfaccettature più patologiche; i protagonisti del romanzo Sono tutti vittime, carnefici e salvatori , offrendo l’occasione per parlare di una teoria molto interessante.

 

 

Secondo Stephen Karpman, analista transazionale americano, in molte interazioni le persone rispettano una sorta di schema, in cui recitano la propria parte come se seguissero un copione. Questo schema è rappresentato da un triangolo, in cui a ogni vertice corrisponde un ruolo. I tre ruoli sono: persecutore, salvatore, vittima.

 

 

Queste dimensioni coesistono in ognuno di noi, I ruoli non sono fissi, ma intercambiabili. È possibile passare da un ruolo all’altro e giocarne più di uno contemporaneamente. L’intensità del dramma varia in base al numero di cambiamenti di ruolo e al lasso di tempo in cui avvengono.

 

 

I personaggi di Carrisi sono oggettivamente vittime di abusi e violenza nel peggiore dei casi, stereotipi e pregiudizi nel migliore, ma tutti nella loro evoluzione riescono anche a trovare dentro di sé la parte di carnefice e la parte di salvatore.

 

 

Ne “io sono l’abisso” le persone che maggiormente alloggiano nel ruolo di vittima sembrerebbero essere le donne della storia, ma con un colpo di coda finale ci racconta quanto anche in loro ci siano gli altri aspetti.

 

 

I  miei complimenti per aver scelto un tema attuale e drammatico come la violenza di genere associata ai suoi pregiudizi, non a caso a mio parere il suo libro è uscito a cavallo del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

 

 

Affronta in modo molto profondo il tema dell’Umiliazione . “Si rese improvvisamente conto che nessun maschio avrebbe mai potuto provare quel genere di sofferenza che ti fa sentire inferiore oltre che vulnerabile . Non era solo il frutto di uno scontro impari . Era l’improvvisa consapevolezza , quasi un’illuminazione , che dietro la brutalità si celasse un insopportabile senso di superiorità . Non mi ha picchiata perché è più forte , mi ha picchiata perché pensa di averne il diritto

 

 

In questo diritto si nasconde il tema dell’ essere vittima, la violenza di genere è ampliamente celata e mantenuta nella cultura che impone la donna santificata come madre e, complice come compagna.

 

 

Le donne vittime di violenza credono di trovare la forza di reagire ai soprusi, resistendo. Sono convinte di ricavare il loro potere e la loro autostima tenendo duro, spesso non muovendosi dal ruolo di vittima, posizione questa che riusulta incomprensibile ad un occhio esterno, in realtà il bisogno di dipendenza e la forza di resistere è probabilmente l’unico modo che hanno per sentirsi  valevoli;  senza provare oppressione, non saprebbero come sentirsi di valore, perché la tristezza della loro storia le ha fatto credere che il valore sia stare in piedi nella sofferenza.

 

 

Nelle donne della storia albergano anche gli altri due ruoli di carnefice e salvatore ma sono soffusi, indistinguibili, li possiamo notare nella ragazza vittima delle violenze del fidanzato con la porche, che si rivolta contro l’aiuto della cacciatrice di mosche, “salvando la sua storia/posizione” e diventando contemporaneamente carnefice di se stessa.

 

 

Quanto spesso si sente questa negazione nelle donne vittime di rapporti violenti? come detto sopra, rinvigorendo il suo carnefice interiore si rinforza la parte vittima che crede e spera di poter trarre potere ed efficacia dalla resistenza al persecutore (senza rendersi conto che spesso questo persecutore è appunto prima di tutto dentro la donna stessa!).

 

 

L’altra donna che soggiorna in questo ruolo è la ragazzina protagonista e vittima reale di revenge porn(complimenti per il tema di estrema attualità!). La ragazza è anche visibilmente la salvatrice dell’uomo che puliva, liberandolo dal non-sense della sua vita: se tu fossi annegato da bambino lo sarei stata anche io!

 

 

In questa pre-adolescente il ruolo di carnefice è meno visibile ma pur presente, con lo stesso meccanismo delle donne vittime di violenza: agendo contro se stessa (con i due mancati/tentati suicidi) rinforza la vittima che è in lei, la quale punta nel recupero del rapporto con il padre attraverso una empatia che risulterà irrealistica.

 

 

Altra donna chiave del romanzo e altra vittima è la cacciatrice di mosche: Carrisi ce la delinea in ogni particolare nella sua depressione e rassegnazione,;anche in lei è visibilissima la salvatrice: il suo scopo di vita è salvare le altre donne, perché la vittima che è in lei ha subìto uno dei dolori più atroci che una madre possa patire.

 

 

La sua persecutrice interiore la si scorge nel fatto che viene descritta come incastrata nel presente, costretta a fare una cosa per cercare di lenire i suoi dolori, un po' come il sue ex marito, un alcolista che placa con l’alcool ciò che l’alcool danneggia esplicitando benissimo l’assioma dell’intero romando, il male è un cerchio!

 

 

Vivere nel presente ed in una casa piena di angoscia è il modo che ha per ricordare a se stessa il male che non ha impedito, in questo caso la persecutrice che è in lei la rende vittima e la sua forza è la punizione che crede di star subendo con giustizia morale.

 

 

Il protagonista maschile è quello che descrive magistralmente i 3 ruoli, in quanto Carrisi ce lo delinea con chiari tratti di un disturbo da identità multiple: due identità ben distinte, la vittima ed il persecutore, mentre il salvatore non ha fatto in tempo a delinearsi perché l’epilogo sarà repentino.

 

 

Vittima di abusi e violenze, rinasce dalla melma di una piscina, si è spesso interrogato sul senso della sua vita, invisibile agli occhi del mondo che conosce e che si dovrebbe prendere cura di lui, visibile solo come vittima di odio, anche lui comincia a trovare un senso nel resistere alla paura e al dolore, si comincia a percepire bravo nel fare questo: non sono morto, vuol dire che esisto e sono forte.

 

 

Il meccanismo che si insinua anche in lui è la necessità del dolore per poter di nuovo sentirsi valevole, se lo procura per avere la possibilità di essere forte, visto che non avrà paura, fino a che non scoprirà che dentro di sé vive anche un salvatore e, a quel punto il triangolo drammatico della sua personalità si completa.

 

 

 

Questo romanzo ha molto di psicologico, ci ricorda quanto tutti noi ci alterniamo in questi tre ruoli di vittima, carnefice e salvatore: la salute sta nella integrazione dei tre ma soprattutto nel saperli riconoscere dentro di noi, nel provare a guardarli da fuori .

 

 

Sia nella posizione di vittima, sia nella posizione di carnefice è ben comprensibile come sia insinuato un dolore ed un malessere, tuttavia, Carrisi ci aiuta a vedere bene quanto anche il ruolo del salvatore sia una trappola dorata: infatti ci obbliga a fare qualcosa, ce lo impone moralmente o ci permette di continuare ad essere vittime…. Ed anche quando  salva qualcuno, spesso soffoca noi! Ed impedisce di vivere  appieno le nostre scelte.

 

 

Bravo Carrisi, ottima descrizione della sofferenza umana.

 

 

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6-12-2020