La terapia : il campo di battaglia contro la parte critica
La maggior parte delle avventure in cui mi imbatto quando parlo con le persone che vedo in studio, assomiglia ad un duello: combattere contro la parte critica....
In terapia cerco di spiegare, in modo molto semplificato, come dentro di noi ci siano più parti che devono essere armonizzate ed amministrate: in genere troviamo una parte emotiva che avverte i bisogni e prova emozioni, una parte critica che detta un pò le regole del mondo e ci dà una visione razionale della realtà ed infine una parte comportamentale, che si è sviluppata con il tempo, allo scopo di proteggere la parte emotiva dalla sofferenza, spesso dettata dalla parte critica.
Il benessere psicofisico delle persone passa attraverso la comprensione dei bisogni emotivi, la loro accoglienza e il tentativo di soddisfarli; spesso invece le esperienze precoci portano l’individuo a fare delle considerazioni sui suoi stati emotivi piuttosto che sentirli e star loro vicino; spesso tali considerazioni sono dei veri e proprio insulti, giudizi negativi o sulla esagerata quantità o intensità del bisogno o della emozione o addirittura sulla sua inadeguatezza o sul fatto che la sua esistenza sia indice di debolezza.
La parte critica comincia a giudicare il sentimento, l’individuo quindi non acquisisce gli strumenti per star vicino alla parte emotiva e, con il tempo, si struttura una parte comportamentale che cerca di proteggerci dalla sofferenza; infatti quello che accade è che oltre a affliggerci per il motivo che ci fa male, sotto l’attacco del bullo critico, cominciamo a sentirci stupidi o inadeguati proprio perché si soffre o perché si soffre cosi tanto….
Vediamo nel dettaglio un esempio
 
“Devo andare in un posto con la macchina ma il tragitto da sola mi mette in apprensione, in più non è molto vicino, e potrebbe accadermi qualcosa e non saprei come cavarmela; tra le opzioni che mi vengono in mente scarto subito quella di chiedere aiuto per paura che gli altri mi giudichino una fifona stupida,l’opzione di evitare è altrettanto impossibile, perché magari è un impegno di lavoro fuori città o più semplicemente, io mi mi sentirei in colpa e debole inventando scuse per disimpegnarmi. In un’ultima analisi rimane l’opzione “forza e coraggio”, ovvero tiro fuori una parte di me grintosa e affronto il viaggio come se andassi in guerra!!
A destinazione sono sfinita, non ho la forza di concentrarmi su quello che sono andata a fare in quel posto, quindi comincio a criticarmi, sentendomi stupida o non all'altezza del compito; oppure appena la tensione mi scende, il mio corpo mi manda dei segnali di cedimento, un batticuore, un capogiro, un formicolio, una spossatezza ecc. che io interpreto come debolezza o perdita del controllo di me e all'improvviso eccomi immersa in un attacco di panico spaventoso, in cui mi sembra di morire e sono costretta a chiedere aiuto per rientrar a casa sentendomi mortalmente stupida e debole”.
Diversi studi hanno dimostrato come questo meccanismo di non accettazione dei sentimenti come parte integrante della vita umana sia la fonte dei principali disturbi psicopatologici: anche dall'esempio mostrato, è chiaro come sia la parte critica che giudica i sentimenti ad aggravare la situazione.
L’individuo dell’esempio ha appreso nel corso della vita un modello di forza in cui non si provano emozioni spiacevoli, questo modello causa i suoi sintomi... in terapia cerchiamo di ristrutturare un vecchio casale in una nuova e moderna casa, ovvero il vecchio concetto di forza diventa un nuovo concetto di potenza, dove sono ammesse le emozioni, spiacevoli o piacevoli, come parte integrante della potenza delle persone, un ingrediente senza il quale l’esperienza non sarebbe possibile; infatti il viaggio di lavoro dell’esempio è risultato completamente fallimentare perché le aspettative di forza lo desideravano senza emozioni!
Il vero nemico non sono le emozioni, è ciò che pensiamo di loro, attraverso la parte critica!
Ecco perché in terapia comincio un duello contro di lei....per il tempo che la persona è nel mio studio offro un modello di parte sana ed adulta che cerca di star vicino ai sentimenti: capendoli, tenendoli in pancia, covandoli, normalizzandoli e alla fine della terapia l’individuo, sentendo accresciuta la parte sana che prova e normalizza le emozioni, si ritroverà a duellare con la sua ombra come il cowboy della foto di copertina!
 

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27-8-2018
scusi d.ssa, non so come funziona, non sono mai stato dallo psicologo!
Quando ricevo una telefonata di un nuovo potenziale paziente, mi ritrovo molto spesso di fronte alla paura di non sapere come funziona.
Comprendo bene che oltre alla difficoltà oggettiva di chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale, quello che possa spaventare ulteriormente è il non sapere come funziona.
In questo articolo cercherò di spiegare bene come lavoro io per accompagnare le persone nell'inizio di questa nuova situazione.
Durante il primo contatto telefonico non approfondisco le motivazioni che hanno spinto a chiamarmi; alcune persone nella prima telefonata si sentono spinte a raccontare il disagio in questione.
Su questo punto mi piace mettere un accento: non è necessario farlo telefonicamente perché qualunque sia il disagio e la relativa gravità, preferisco ascoltarla di persona, perché vis-à-vis ci permette di includere nella comunicazione un dato importante come il linguaggio non verbale.
Spesso le persone si sentono giudicate come pazze nel raccontare i loro disagi; al telefono non possono vedere il mio sguardo e il mio atteggiamento di comprensione e accoglimento, ma quello che arriva all'interlocutore è solo il mio silenzio (fatto di ascolto) ; spesso si fantastica su <<chissà cosa starà pensando di me>> e questo pensiero mantiene le persone nell'irrazionale convinzione di essere strane.
Per questo motivo fermo i racconti, se ci fossero, e dirotto la conversazione sulla data e l'ora possibile per incontrarci di persona, spigando che a questo primo incontro, ne seguiranno altri 2, senza nessun obbligo di continuare successivamente.
So che a primo impatto possa sembrare un'esagerazione fissare 3 appuntamenti, ma sostengo che ogni persona è unica al mondo e così il suo dolore: è vero che il nostro Manuale dei disturbi psicologici ci elenca i sintomi e già ad un primo appuntamento è possibile fare un inquadramento diagnostico, tuttavia non è l'etichetta che io metto alle persone.
Dopo aver capito più o meno di che disagio si tratta, voglio approfondire bene la forma che quel disagio ha su quella specifica persona....
Al primo incontro invio per email 3 PDF, da riconsegnare al 2° incontro, che sono un approfondimento ulteriore dei 3 colloqui: un test, un questionario anamnestico a domande aperte ed infine l'informativa sulla privacy e sulle regole generiche del percorso di psicoterapia.
Nell'ultimo incontro, oltre a terminare gli ultimi dubbi sul disagio del paziente, chiedo cosa si aspetta da un percorso di psicoterapia e restituisco la mia interpretazione accompagnata dall'eventuale proposta di lavoro psicoterapeutico se ci sono i presupposti.
Se il paziente accetta, spiego bene come funzionerà da lì in poi.
Non sempre i 3 incontri portano all'inizio di un lavoro insieme, ma aumentano la consapevolezza su tante cose che sembravano oscure e sbagliate..
Poi sta alla persona decidere se l'investimento di tempo, soldi e sofferenza vale la pena oppure no oppure è semplicemente rimandabile a tempi migliori.

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27-8-2018