Per la prima volta posso dire, senza paura e senza vergogna, che sono felice. E che la mia vita, oggi, vale davvero la pena di essere vissuta.
Racconti di persone pazienti
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Ci sono ricordi che il mio tempo e la mia mente non riescono a cancellare.









Uno di questi è il mio primo attacco di panico.



Era una domenica sera e io frequentavo la quarta elementare. Non sono mai stata dotata di una grande memoria e per questo mi sembra quasi assurdo riuscire a ricordare con tanta nitidezza un episodio accaduto quasi quarant'anni fa. Eppure quel momento è rimasto impresso dentro di me, forse perché da lì è cambiato tutto.A quel primo attacco di panico ne seguirono molti altri, prima saltuari, poi giornalieri.



Arrivarono l'ansia, la paura di morire, la paura di essere malata, i disturbi alimentari e l'ossessione per il peso.



Se oggi provo a chiudere gli occhi e a cercare un ricordo felice della mia infanzia, faccio fatica a trovarlo. Vedo soprattutto una bambina, poi una ragazza, poi un'adolescente che vivevano in uno stato quasi costante di angoscia, di paura e di sofferenza. Un dolore così intenso che, a volte, arrivavo a infliggermi del male fisico pur di non sentire quello che avevo dentro.



Per tantissimi anni ho pensato che vivere così fosse una condanna. Che quella non fosse vita. Che non valesse la pena viverla.



Quando il mio malessere si trasformò in un disturbo alimentare evidente agli occhi di tutti, iniziarono le visite psichiatriche e con esse le prescrizioni di psicofarmaci, ansiolitici, dissociativi. Da una parte cercavano di alleviare i sintomi, dall'altra non riuscivano a colmare quel malessere che continuavo a sentire dentro.Il dolore continuava ad accompagnarmi ogni giorno, fino a quando mi ritrovai da sola all'estero ad abusare degli stessi farmaci che mi erano stati prescritti.



Fu allora che, durante l'ennesima visita psichiatrica, il medico mi disse che mi avrebbe prescritto i farmaci, ma in realtà quello di cui avevo bisogno era parlare con qualcuno. Avevo bisogno di uno psicoterapeuta.Era settembre 2006. Avevo ventisette anni quando entrai per la prima volta nello studio di uno psicoterapeuta. Da quel giorno, pur con qualche breve interruzione, non ho mai smesso davvero di fare psicoterapia. Non è stato un percorso lineare. Ci sono stati momenti in cui pensavo di non star facendo alcun passo in avanti. Momenti in cui mi vedevo come una persona debole, fragile, destinata a non uscire mai dal suo dolore. La famosa "luce in fondo al tunnel" mi sembrava qualcosa che apparteneva agli altri, non a me.



Sei anni fa mi sono trasferita in un'altra città e ho conosciuto la dottoressa Strippoli. Ho iniziato un nuovo percorso in uno dei periodi più difficili della mia vita. Ripensandoci oggi, credo che siano stati i sei anni più duri, ma anche i più sinceri della mia esistenza.



Guardandomi dall'esterno, mi sembra di aver assistito a una metamorfosi: da crisalide a farfalla.



Un giorno di maggio stavo andando in studio per una seduta. All'improvviso fui attraversata da una sensazione completamente nuova. Una strana pace, un senso di benessere. Per un attimo mi sentii anche spaesata perché non riconoscevo bene la sensazione. Ma riflettendo bene ero felice. Non era l'euforia di una bella giornata. Non era successo nulla di straordinario.



Era semplicemente la consapevolezza che, in quel momento, ero felice della mia vita.



Nei giorni successivi iniziai a farci caso. Quella sensazione non se ne andava. Mi accompagnava ogni giorno. È diventato il mio nuovo modo di stare al mondo anche quando sono stremata dal lavoro, sono triste perché colpita da un avvenimento infelice della vita o in ansia per un evento. Se oggi guardo alla persona che ero e alla persona che sono diventata, penso a tutti gli anni trascorsi a combattere contro me stessa e, soprattutto, a questi ultimi sei anni di psicoterapia. E mi accorgo che non cambierei la mia vita con quella di nessun altro.



Per la prima volta posso dire, senza paura e senza vergogna, che sono felice. E che la mia vita, oggi, vale davvero la pena di essere vissuta.



Non esistono parole in grado di descrivere che cosa significhi raggiungere un traguardo del genere. Frasi come "è come vincere alla lotteria" sarebbero drammaticamente riduttive. Pensare che questo percorso terapeutico sia arrivato al termine mi provoca un senso di vuoto, quasi una sensazione di lutto.



Ma insieme a quel vuoto c'è qualcosa di immensamente più grande: la consapevolezza di essere finalmente fiera di me stessa. La psicoterapia non ha cancellato il passato come all'inizio speravo tantissimo che potesse fare. Non ha eliminato il dolore che ho vissuto.



Ha fatto molto di più… mi ha insegnato a comprenderlo, ad accettarlo e ad attraversarlo e, un giorno, praticamente senza accorgermene, a ritrovarmi meravigliosamente felice.