Avevo smesso di parlare... Se non potevo dire le parole cosi′ grandi che mi imprigionavano
racconti di persone pazienti
Ho smesso di parlare.



C′e′ stato un momento nella mia vita in cui parlare era cosi′ doloroso, che anche pronunciare un si o un no mi provocavano strazio. Non che ci fosse silenzio nel mio cuore, al contrario, tutte quelle parole cupe, pesanti, che non riuscivo a pronunciare, perche′ insomma chi mai nel mondo avrebbe voluto o potuto ascoltare? queste si affastellavano nel mio intimo e mi schiacciavano.



Visto che non potevo pronunciarle a volte provavo a seguirle, e allora mi trascinavo in abissi profondissimi, freddi perche′ senza speranza, scuri, dove non si poteva distinguere se ci fossero altre persone. Nuotavo al buio e stavo molto male.



Avevo smesso di parlare. Se non potevo dire le parole cosi′ grandi che mi imprigionavano, e chi poi?, cosa valeva sforzarsi per rispondere a domande tanto banali (ma anche quelle facevano male): hai fame? hai sonno? Come stai?Sto senza parole. Senza suoni.



In un silenzio fitto e denso che mi terrorizzava, anche oggi mi spaventa.



Quando ricordo quel momento, e non lo faccio volentieri, mi riviene spesso in mente un racconto di mia mamma della mia infanzia.



Per riderne insieme mi raccontava di quella volta, io bambina che da poco stavo imparando a parlare, eravamo andati in gita alle grotte di Frasassi. Mi diceva del suo imbarazzo perche′ ai richiami della guida, che chiedeva il silenzio per la natura fragile del luogo, lei non riusciva a farmi star zitta. E cosi′ a suo dire ando′ tutta la visita, con lei che mi chiedeva di -stare zitta e buona- e io che le rispondevo -buona si′, zitta no!-



Quel silenzio asfittico dei ventitre′ anni sara′ durato un mesetto su per giu′.



Il tempo di un′estate; agosto, il mese piu′ caldo, piu′ luminoso, il piu′ chiuso. Quanto tempo ci ho messo a prepararlo?Nemmeno scrivevo, per cercare di schiarire i pensieri, come altre volte avevo fatto, come oggi provo, non tanto per capire, ma per ricordare. Almeno non ho ritrovato cose scritte in quei giorni. Forse allora invece volevo capire: mi lanciavo in queste cavalcate solitarie nel nulla, nel non senso del mondo che mi sembrava, e questo non e′ cambiato, troppo ingiusto, troppo assurdo.



Leggevo, leggevo, studente in filosofia, tenevo a portata di mano Camus e Hannah Arendt. Avrei dovuto scrivere una tesi su di lei, ma figuriamoci, non sono nemmeno mai riuscita a formularle una domanda. Mi commuovevano le sue parole, l′opera tutta, la vita, ma ero sorda al dialogo. Non parlavo davvero con nessuno. Persi il sonno e questo mi mandava ai matti.



Sono sempre stata una dormigliona e non poter chiudere occhio per diverse notti consecutive mi sconvolgeva. Mio babbo mi accompagno′ dal medico di base e (pensare!) forse suggeri′ persino che avrebbe potuto farmi bene una terapia psicologica.



-Aaaah ma queste cose son lunghe-, la risposta del dottore e mi prescrisse un sonnifero.



Non durai che un giorno, forse due, con quello. Mi faceva sentire rintronata per qualche ora di sonno dal quale comunque mi svegliavo stanca.



E allora no, che di anestetici ne avevo gia′ di mio, gia′ avevo iniziato a centellinare le parole, poi piu′ nulla.



Fossi andata avanti su quella china chissa′ se a un certo punto non avrei persino smesso di muovermi? Il suicidio no, non lo prendevo in considerazione, anche se leggevo Camus. Non volevo vivere e non volevo morire. Oppure si, volevo vivere, ma lo slancio vitale aveva perso di un colpo ogni appoggio, tutta la terra mi era mancata insieme e mi sentivo tremendamente sola.



La violenza mi faceva, come ora, ribrezzo.







____________________________________________________________________________Cara Valentina,lascia che ti ringrazi, e non perche′ non voglia esser grata a me stessa per prima, in questo lungo cammino (il dottore -ma queste cose son lunghe- come se la lunghezza possa mai portar danno alla bellezza), che proprio non mi sento di finire.



Mi preparo ad aprire una nuova tappa, un altro capitolo, una storia futura. E non che abbia meno timore nel cuore o provi una pi piccola incertezza della prima volta che ti sono venuta a cercare. Meno confusione? No, anche quella c′e′ tutta.



La realta′ e′ cosi′ difficile da osservare gia′ di suo, ma i fatti del cuore, timidi, evanescenti, spesso invisibili ai piu′; me stessa compresa, quando tante volte la mente, pratica e svelta, corre rapida sugli eventi e lascia indietro, ad arrancare, le cose piu′ importanti.



Questa vita delle emozioni, questi sentimenti che chiedono il tempo di farsi ascoltare. Ho imparato molto bene a tirar dritto, a non fermarmi, a non sentire, impietosa, piuttosto che rallentare e guardare. Vabbe′, ma queste cose me le sto dicendo piu′ per me che a te, perdo il punto



Ti ringrazio perche′ una volta durante questi anni di terapia, mentre parlavamo dell′episodio del mio silenzio, e ne abbiamo parlato spesso, mi hai proposto un′interpretazione che mi piaciuta subito.



Che questo silenzio era in realta′ uno sciopero delle parole, e quindi una protesta perche′, per quanto ci provassi, non avevo ancora trovato qualcuno che si prendesse la briga di ascoltare cosa avevo da dire. Cosi′, in extremis, con questo silenzio rumoroso avrei cercato di attirare l′attenzione su quel grande malessere che soffrivo per il non essere stata troppe volte ascoltata.



Dicevo: -Eccomi!-,-Sono qui, perche′ non mi vedete?-



Non so quanto abbia funzionato questo richiamo. So che in capo a un mese di questo sciopero ero annichilita, tanto insensibile al mondo da non poterne piu′: sono uscita, ho iniziato la terapia.



Francesco il mio primo terapeuta, non l′ha mai chiamata depressione. Mi parlava di tristezza, e poi di tutte le altre emozioni; che tanto io tutte le avevo messe da parte, tutte le avevo cancellate. Mi sono rimessa in piedi, ma traballavo parecchio.



Eppero′ qui oggi io lo posso dire che era una depressione, pure vestita dall′immagine eroica dello sciopero che mi hai regalato; si trattava di un dolore persistente e sordo che mi aveva isolato cosi′ tanto dagli altri.



Abbiamo anche parlato del fatto che ci puo′ essere una predisposizione personale alla depressione, una tendenza, come certe persone tendono per biologia a ingrassare piu′ di altre. E che sia per genetica o che per educazione, di esempi troppi ne ho avuti nella mia famiglia (mia zia, mio padre).



Riflettendo su questa tristezza cosi′ avvolgente, ho sperimentato che ci sono modi e modi di viverla. Se invece di fuggirla o respingerla la accolgo e seguo il suo ciclo, che ha sempre una certa durata, e′ possibile entrare e uscirne senza dover ricorrere alle anestesie.



Addirittura sembra se ne possa parlare, come sto facendo, o ci sto provando.



Resta uno dei miei piu′ temuti fantasmi. Questo fantasma mi ha spinto a cercarti, tre anni fa o giu′ di li′.



Lo vedevo volteggiarmi davanti, all′orizzonte. Non volevo morirne, di nuovo. Non volevo, ancora, ricorrere a quella medicina, la sola che sapevo usare proprio bene, l′anestesia dei sentimenti, che a forza di cancellare ricordi, fatti, persone addirittura, cancellava tutto.



Ora che ci penso ci ho messo del tempo a trovarti. Del tempo per capire che avevo bisogno di una donna a guidarmi. Dell′altro a scegliere quale (ho scartato delle candidate). Sono orgogliosa di come e quanto la mia coscienza femminista sia cresciuta negli anni, si sia evoluta. Lo far ancora, ne sono sicura.



Certo mia mamma aveva piantato dei semi, che somigliavano pero′ piu′ a precetti per l′autodifesa. A ventanni nemmeno sognavo quello che sento, e come agisco per quello che sento, su questi temi, oggi.



Il secondo grazie, l′altro momento che non posso dimenticare di questa avventura cosi′ intensa, e′ per un istante che nemmeno sospettavo di aver il bisogno di ricevere.



É stato l′altranno, un po′ di piu′ forse, nei giorni lunghissimi e infiniti duranti i quali mia nonna, la mamma di mia mamma, moriva.



Una lunghissima morte iniziata molto tempo prima, anni, quando diverse ischemie l′avevano paralizzata nel corpo e privata della parola e dei ricordi. Cosi′ a una grande eta′ e con tanto penare si avvicinava alla fine, e andava via un respiro alla volta.



Ero andata a trovarla perche′ ci tenevo a salutarla in vita ed era molto che non la vedevo tra la pandemia e il tempo che corre in fretta. Andai sola in un fine settimana, partii col treno il sabato mattina per tornare la domenica sera. Fu un viaggio faticosissimo. Tanto che arrivata in stazione a Fano la sera, appena posato un piede a terra iniziai a piangere.



Un pianto di stanchezza, di dolore, di tristezza, ma pure di sollievo, di felicita′ di essere di nuovo a casa, di aver messo tanti chilometri tra me e questa famiglia dove non si puo′ mostrare la fragilita′, dove le lacrime sono sempre frenate o interrotte, dove il dolore profondo non puo′ mai essere dirompente, cosi′ difficile da condividere, cosi′ spaventoso e temibile piu′ della morte stessa.



Piansi poi per tutto il breve cammino verso casa e cosi′ in lacrime che scendevano a fiumi mi accolse ..., compagno e marito, e aspettammo insieme che finissero.



Piangevo per me, non per la nonna. Per la fatica di essere sempre disponibile, sempre pronta a capire, ad ascoltare, a consolare, a stare vicina.



Nella famiglia dove sono cresciuta non c′e′ mai stato spazio, non a sufficienza per me, per dire cosa provavo, le scosse che sentivo, e tante volte tante domande andavano a vuoto inevase. Tante volte mi sono pianta addosso, autocommiserandomi, consolandomi come potevo, convinta al fondo che non si potesse chiedere ad altri la stessa comprensione, vivendo il dolore come un′oscenita′, un tabu′, da ricacciare negli abissi, da nascondere perche′ indecente e di cui sopra tutto aver paura, fuggire sempre.



Posso dire, con tanta esperienza alle spalle, che come tecnica fa schifo e, certo per me, non funziona. Non per questo mi sento oggi cosi′ ferrata nell′esercizio della condivisione, anzi, dopo tanti anni spesi a convincersi della futilita′ di tutta la faccenda, mi sento arrugginita, impacciata e fuori tempo.



Sgambetto e inciampo, ma non mi sembra grave perche′ poi in qualche modo, con un po′ di riflessione, riesco per lo piu′ a vedere cosa mi ha fregato, cerco un rimedio e vado avanti.



Nell′ascoltarmi, aspettarmi, prendere il tempo, le sue spiacevolezze, mi sento davvero una principiante.



Mi sono allungata, dove volevo arrivare invece e′ alla mattina successiva, quando avevamo il nostro appuntamento settimanale. Reduce e scossa dal viaggio credo di aver fatto appena in tempo, infilandomi nello studio, a sussurare in un soffio che quel giorno avevo bisogno di piangere e sono scoppiata in singhiozzi. Ampi, copiosi, e seguivano le lacrime calde come non si fossero fermate dalla sera prima. E io non mi ricordo ora le esatte parole che mi hai detto, forse nemmeno il concetto, ma sono arrivate salde e dolcissime, come un abbraccio sincero; potenti, che pure nel mio pianto fragoroso, sono risuonate chiare e alte.



Ho vissuto in quel momento la comprensione e la compassione, ed stato bellissimo. Liberatorio. Consolante, perche′ allora e′ possibile. (sono ben convinta che lo sia! ma cosi′ poco abituata).Cosi′ mi conservero′ con cura questo ricordo per sperimentarlo di nuovo quando ne avro′ bisogno: per saperlo chiedere e ricevere a piene mani, e per restituirlo a chi vorro′ aiutare.